La crescita della sicurezza – John Gatti

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Quasi trent’anni fa…

Ero Primo Ufficiale a bordo di una chimichiera che, se ben ricordo, non raggiungeva i 110 metri di lunghezza. Nella gestione pratica, nonostante i venticinque anni di età, era un gioiellino: aveva 18 piccole cisterne d’acciaio dotate ognuna di pompa elettrica e vantava un doppio scafo – a quei tempi assai rari – formato da casse laterali e doppifondi per l’acqua di zavorra. Purtroppo le lamiere dell’opera viva accusavano i segni dell’età e gli spessori originari erano ormai un lontano ricordo.

 

Un freddo pomeriggio invernale ci lasciammo alle spalle l’imboccatura di un porto siciliano per dirigere su Marsiglia. Le pessime previsioni metereologiche furono presto confermate da vento forte e onde che, viste da quella piccola nave, apparivano imponenti come montagne. Riducemmo l’andatura e seguimmo rotte di convenienza ma le rollate continuavano a raggiungere angoli impressionanti.

Arrivammo esausti a Marsiglia, dove caricammo un prodotto chimico per Genova.

Qualche ora dopo essere partiti, questa volta con tempo buono, la nave cominciò a sbandare di qualche grado sulla sinistra. Ben presto ci rendemmo conto di avere una piccola falla nello scafo, conseguenza della recente batosta metereologica. Non ce ne eravamo accorti prima perché, ovviamente, il viaggio di andata si era svolto in zavorra e quindi con le casse piene. Azionammo le pompe e, una volta “raddrizzata” la situazione, decidemmo di procedere a un’ispezione.

Come ho già scritto si trattava di una nave piccola e, per questo motivo, anche la cinta del doppio scafo offriva spazi ridotti. Per potervi accedere si dovevano aprire i portelli corrispondenti per poi scendere utilizzando scale di ferro verticali, ma quegli angusti locali offrivano giusto lo spazio per il passaggio di una sola persona alla volta. Arrivati in fondo, un passo d’uomo metteva in comunicazione la cassa laterale con il doppiofondo, che era un’intercapedine dove l’altezza tra lo scafo e la lamiera della cisterna superava di poco il metro. A rendere la situazione ancora più antipatica c’era la mancanza di fiducia sulla robustezza generale, che mi aveva portato a decidere di strisciare sul tubo della zavorra.

Per trovare il buco bastò seguire la direzione dell’unica luce che filtrava nell’oscurità. Si trattava di un foro largo pochi centimetri e una caviglia di legno infilata con qualche colpo di mazza fu sufficiente a risolvere temporaneamente la situazione.

Una volta ormeggiati a Genova fu chiamato un sommozzatore.

Il piano era semplice: si sarebbe immerso e, una volta trovata la caviglia di legno, me lo avrebbe segnalato con qualche colpo. A quel punto avrei sfilato il tappo, lui avrebbe applicato una piastra di acciaio gommata dall’esterno a cui era stato saldato un lungo perno. Io, dall’interno, avrei infilato nel perno un’altra piastra e l’avrei fissata con un dado e un contro dado.

All’inizio andò effettivamente così ma, non appena sfilai la caviglia, mi resi conto che il foro, colpa dei decisi colpi di mazza, si era allargato parecchio e una discreta colonna d’acqua (complice il maggior battente dovuto al pescaggio della nave carica) m’investì con forza.

Il livello saliva velocemente e tenere la piastra schiacciata, continuando ad avvitare i dadi mantenendomi in equilibrio sul tubo, mi sembrò per diversi minuti un’impresa impossibile. Pensai che cercare di uscire sarebbe stata la cosa che mi avrebbe impedito di fare la fine del topo, ma procedere sul tubo muovendomi all’indietro avrebbe richiesto, probabilmente, più tempo di quello concessomi dall’acqua fredda che saliva.

Riuscii a fissare la piastra quando il livello aveva già superato il tubo su cui stavo sdraiato…

 

Se ripenso a come venivano affrontati i problemi a quei tempi mi vengono i brividi.

La sicurezza era spesso una parola fumosa, il cui significato si allungava e si stringeva come un elastico a seconda della convenienza.

L’arte di arrangiarsi era l’unica regola seguita e veniva sventolata come una caratteristica positiva tipica dei marittimi italiani.

Potrei continuare con diversi altri episodi di avventurosa incoscienza, ma l’assurdità di questi avvenimenti ha un senso solo se paragonata al livello di sicurezza che si è raggiunto nel tempo.

Quella che pochi anni fa era la normalità, viene vista oggi come assurda e incredibile.

La verità è che i cambiamenti sono sempre difficili e vanno digeriti piano piano. Solo così vengono assorbiti in maniera totale diventando qualcosa di cui non si può più fare a meno.

 

L’entrata in vigore – nel 1988 – dell’ISM, ha segnato il punto di svolta, nella mentalità generale del mondo marittimo, sulla visione, la gestione e l’ attitudine alla sicurezza. Inizialmente accolto solo come uno dei tanti impegni burocratici ci si rende conto, ad oggi,  di come il cammino sia stato, in realtà, costante ed efficace.

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