C’è mancato poco…

Massimiliano GazzaleBy Massimiliano Gazzale15 Dicembre 20198 Minuti

C’è mancato poco…

Avevo lasciato la biscaglina della combinata da pochi secondi, la rollata della pilotina mi stava facendo avvicinare al fianco della nave mentre avevo appena messo un piede più in basso per guadagnare la coperta. Il braccio destro era sceso insieme alla gamba e mi ero girato verso prua giusto in tempo per vedere i perni di blocco della pedana dello scalandrone della combinata passare di lato insieme a tutto il resto.

C’è mancato poco! – sentenziò da poppa, con un sorriso confortante, il pilota che era sceso prima di me e che aveva osservato la scena.

Non mi ero reso conto di quanto avessi rischiato.

Rientrando alla Torre Piloti ci scordammo dopo poche battute dell’accaduto: si sa, imbarcando e sbarcando se ne vede ogni volta una diversa; i punti fermi da gestire in automatico sono pochi, il resto va improvvisato a seconda della situazione.

È possibile immaginare la manovra di avvicinamento alla nave a seconda del pilotino al timone, così come lui conosce i tempi e i movimenti di ciascun pilota, dal più atletico al più prudente.

Per prima cosa si studia il moto ondoso cercando di capire in anticipo quando arriverà il momento giusto.

Senza fretta. 

Come solevano dire i piloti anziani: il momento giusto arriva sempre, basta saper aspettare, avere occhio e tempismo.

Tutto il resto rimane frutto di combinazioni diverse tra pilotina, onde, nave, vento e pilota.

Dopo qualche tempo ripensai all’episodio cercando di focalizzare l’attenzione su come poter prevenire queste situazioni (near miss) e conclusi che una maggior attenzione e una migliore percezione di tempi e spazi mi avrebbero aiutato, non potendo contare su altri riferimenti attivi.

Certo che se avessi avuto un caschetto…

La manovra era terminata, l’equipaggio stava mettendo in forza gli ultimi cavi, una stretta di mano al Comandante confermandogli che avrei atteso lo scalandrone per scendere lato terra. Scelsi la via esterna, passando dall’aletta alle scale che conducevano in coperta.

La tramontana, davvero fredda, mi convinse a calcare meglio il berretto di lana sulla testa.

Un’ultima rampa mi separava dal posto di manovra di poppa; i verricelli, ancora in funzione, tendevano i cavi terminando con i famigliari scricchiolii e schiocchi. La via era libera e mi avviai verso lo scalandrone.

Si passa sempre lontano dai cavi in lavoro, ma quella volta il pericolo non sarebbe arrivato da quella direzione…

Un colpo sordo alla testa, tra la tempia e l’orecchio, come una bastonata e mi ritrovo intontito sdraiato sulla lamiera.

Che diavolo era successo? Un cavo? Impossibile!

Rigirandomi su un fianco osservai un “pugno di scimmia poco distante collegato all’heaving line che si muoveva ancora.

Ero stato il bersaglio di un tiro a segno! Mi rialzai rendendomi conto che nessuno si era accorto di nulla: i marinai erano impegnati a sistemare i cavi nelle gabbie di sgocciolamento e, in banchina, gli ormeggiatori stavano rientrando in macchina… La testa iniziò a pulsare. Mi tolsi i guanti, spostai il berretto e tastai con le dita il bernoccolo che si stava formando.

Che colpo!

Mai preso un “pugno di scimmia in testa”, pensai sorridendo mentre scendevo dalla nave.

Certo che se avessi avuto un caschetto…

Le manovre su alette aperte, in inverno lasciano il segno.

In partenza non si vede l’ora di rientrare al calduccio in plancia, mentre all’arrivo non si vede l’ora di avere i cavi a terra in sicurezza per trovare riparo all’interno: non c’è equipaggiamento che  annulli questi problemi, specialmente quando vento e pioggia intensi allungano i tempi di manovra. Ogni pilota testa e prova le attrezzature tecniche più svariate, fino a trovare il compromesso più adatto tra l’esigenza di libertà di movimento e di protezione.

Difficile stabilire regole che un altro pilota non corregga seguendo il proprio gusto.

Tra tutti gli accorgimenti, berretto e cappuccio della cerata sono quelli che riscuotono il maggior successo, poi c’è chi prova a indossarne due di berretti chi quello con la tesa, chi quello con l’elastico e via così.

Mettendo insieme esperienze e disagi vari, l’ipotesi dell’elmetto si è fatta strada fino a farmi scoprire che in altri Paesi era più di un’idea: lo usavano da anni!

La consueta tendenza dei piloti a essere conservativi è dura da combattere, specie la ritrosia a metter mano a cose che già funzionano benissimo. Anche se, in questo caso, qualcosa che proprio benissimo non stava andando c’era…

Con questi pensieri sono arrivato alla conclusione di prenotare un elmetto da pilota. Non sto a parlare di modelli o costruttori, la mia scelta è ricaduta su di un casco già utilizzato in diverse organizzazioni europee. Dopo averlo ricevuto l’ho lasciato nell’armadietto per diversi mesi, chiedendomi se avrei mai avuto il coraggio di utilizzarlo per andare a bordo.

È stata decisiva una bella giornata di pioggia. Ricordo che i berretti asciutti erano finiti e allora aprii l’armadietto e mi dissi: “Vai col casco!”.

Fino ad allora non avevo elaborato che praticamente tutti gli altri operatori dei servizi portuali già indossavano l’elmetto.

Ora che è passato un po’ di tempo, posso riassumere l’esperienza con il casco in un gran numero di fattori positivi:

  • Rumore dei motori attutito in pilotina;
  • Schizzi delle onde sul volto ridotti durante l’imbarco;
  • Vento ininfluente;
  • Udito pulito dal rumore del vento quando sull’aletta;
  • Protezione da caduta di oggetti da bordo;
  • Protezione da passaggi troppo bassi o con ostacoli;
  • Protezione da pioggia e vento durante la manovra;
  • Montando una luce frontale si aggiunge una visibilità ottima per percorsi bui e sconosciuti; quando si sale o scende da bordo;
  • Maggior visibilità in caso di caduta in acqua;
  • Minor perdita di calore dalla testa in caso di sosta prolungata in acqua, grazie all’interno gonfiabile e adattabile a propria misura.

Queste considerazioni riguardano il periodo invernale, con temperatura esterna più alta questo tipo di casco risulta meno confortevole, ne esistono di altri modelli con forma e aggiustamenti tali da essere più ventilati.

Mi propongo di utilizzare un altro tipo di casco quando terminerà la stagione invernale per valutarne utilità e impiego durante l’imbarco/sbarco e la manvora.